Data : 25/11/2013

1) Ripensare e innovare i prodotti del domani con una visione di design sistemico. Se si vuole affrontare il problema dell'insostenibilità degli attuali processi di produzione e consumo l'innovazione non può essere applicata ad un solo aspetto del prodotto (focalizzando ad es. solo il suo packaging o sull'efficienza energetica della fase d'uso) se non si ripensa il sistema di utilizzo in cui il prodotto compie ed esaurisce il suo ciclo di vita. Una reale innovazione guarda infatti al sistema nel suo complesso con l’obiettivo di valorizzare gli output (attualmente scarti) come input per altri processi traendo ispirazione da quanto avviene in natura. Un progetto di eco-innovazione deve partire dall'individuazione del bisogno primario, dalla funzione che viene richiesta ad un prodotto o servizio per realizzarla. Con questa metodologia si attuerebbe una prevenzione ecoefficiente del prodotto in primis, e anche del suo imballaggio, che diventa uno strumento per la sostenibilità delle merci e per la sostenibilità complessiva del prodotto.
Esempio per prodotto detergente
Se si deve progettare un sistema di pulizia è necessario concentrarsi sulla funzione (es. pulire un tessuto) e sul contesto (territoriale e culturale) nel quale l'azione deve essere svolta: In questo modo è possibile innovare realmente il sistema di pulizia che potrebbe abbandonare tecniche tradizionali basate ad esempio sull'acqua e sui detergenti. Il contesto territoriale influisce in modo determinante sulle scelte progettuali per soddisfare un bisogno. La disponibilità di risorse a livello locale influirà sulla scelta della tecnologia più adatta così come la possibilità di riutilizzare gli output dei vari processi (es. packaging.).
Quale imballaggio?
Un imballaggio pensato per paesi in cui la cultura e le infrastrutture per riciclarlo sono assenti sarà differente rispetto ad un imballaggio pensato per un territorio in cui è presente una rete efficiente di riciclo. La formula di questo prodotto/servizio, così come le modalità di erogazione o di packaging con cui questo prodotto arriva alla persone che lo utilizzeranno sarà quindi relazionata al contesto territoriale e alla tecnologia disponibile.
Quale opzione di prodotto?
Potrà essere un prodotto detergente in formula solida come un sapone, una crema o polvere concentrata da preparare con l'aggiunta di acqua a casa, oppure un prodotto liquido più o meno concentrato che si compra sfuso con contenitore riutilizzabile o vuoto a rendere. Oppure un sistema che non preveda l'utilizzo di acqua. Mentre si attiva un approccio sistemico e un modo di pensare innovativo ispirato a sistemi naturali sviluppati in oltre 4 miliardi di anni, è possibile cominciare in via transitoria a mettere in pratica i primi passi con azioni più facilmente attuabili nell'immediato descritte nelle mosse da 2 a10.


2) Minimizzare l'impiego di imballaggi, ridurre all'essenziale quelli primari (peso/spessore/dimensioni) ed eliminare il sovra imballaggio e alcune tipologie di componenti accessorie che impediscono un riciclo ecoefficiente. La “prevenzione quantitativa” e cioè la riduzione/alleggerimento dei materiali utilizzati per gli imballaggi è l'azione di ad oggi maggiormente intrapresa dalle aziende. Meno comuni sono azioni di riprogettazione e razionalizzazione del design dell'imballaggio primario che permettono effetti positivi a cascata come l'ottimizzazione dell'imballo secondario e terziario e conseguenti risparmi a livello di logistica e trasporto con la riduzione di spazi e pesi (attuabile eliminando ad es. il manico dei flaconi ed evitando forme e strutture irregolari dei contenitori). Tra gli esempi di imballaggi superflui più comuni le confezioni di cartoncino che contengono dentifrici o altri prodotti di detergenza per il corpo e gli involucri impiegati per avvolgere confezioni multiple di prodotto (dal caffè all'acqua minerale). Tra gli esempi di componenti accessorie i tappi di plastica impiegati nelle confezioni in tetrapack e le fascette dei prodotti da forno.
Soluzioni:gli involucri per confezioni multiple quando non eliminabili possono essere ridotti al minimo con fascette o con soluzioni grafiche che identificano i prodotti non vendibili separatamente. Le componenti accessorie dell'imballaggio oltre a costituire uno spreco evitabile complicano il conferimento e riciclaggio quando non facilmente separabili (i tappi termosaldati in plastica sul tetrapack). Per sostituire le fascette per richiudere le confezioni si possono usare clip e mollette esistenti in commercio.


3) Sostituire gli imballaggi non riciclabili o difficilmente riciclabili. Il design contemporaneo di diverse tipologie di imballaggi non tiene conto dei requisiti necessari per un riciclo eco efficiente attuabile con la tecnologia disponibile negli impianti di riciclo nazionali e di prossimità. Andrebbero pertanto impiegati monomateriali invece che poliaccoppiati oppure materiali tra loro facilmente separabili evitando di immettere quel tipo di imballaggi definiti perturbatori del riciclaggio che non permettono un riciclo ecoefficiente.
Tra gli esempi più ricorrenti abbiamo:
A) imballaggi in PLA (o acido Poli-lattico), una bioplastica teoricamente riciclabile o compostabile a patto che esista una filiera di raccolta sul territorio con impianti che possano effettivamente riciclare il materiale con metodologie meccaniche o chimiche. In Italia non sono reperibili informazioni circa impianti che trattino il PLA. E' invece noto che quando viene conferito con la plastica e finisce con il PET rischia di contaminarne il riciclo, se presente in percentuali oltre ad una certa quantità.
B) etichette termotraibili“sleeves” rivestono tutto il contenitore (in genere in PET) che vengono sempre più massicciamente impiegate sia dal settore alimentare (succhi, oli) che della detergenza. Queste etichette colorate applicate sul PET trasparente devono essere rimosse perché creano problemi sia nella fase di selezione automatica a lettori ottici negli impianti (pregiudicano il processo di riconoscimento del materiale e la selezione per colore - quando l'etichetta è in PVC e il contenitore in PET e quando l'etichetta è colorata e il contenitore è trasparente -) che nei processi di riciclaggio. Solitamente le sleeve invece che in PET vengono realizzate in PVC plastica che non ha riciclo. Di qualunque materiale siano fatte le etichette la maggioranza degli impianti conferisce questi contenitori “sleeverati” con le partite di plastiche miste o plastic mix con destinazione discarica o inceneritore. La rimozione di queste etichette non è supportata dalla tecnologia attuale di gran parte degli impianti esistenti. E' in commercio ora una specifica macchina per rimuoverle ma resta paradossale il fatto che si vada a creare un problema evitabile per poi dover dare vita ad una soluzione che costa altri soldi, materia ed energia...
C) imballaggi in PET che contengono additivi come composti esterni, coloranti, o opacizzanti che li rendono incompatibili con il riciclo e che quindi fanno si che altri contenitori di plastiche nobili richieste dal mercato del riciclo si aggiungano al plastic mix.
Soluzione:se le bottiglie di plastica delle bevande fossero tutte di PET trasparente la riciclabilità sarebbe ottimale (evitando selezioni per colore e massimizzando il valore del materiale riciclato) ed è per questo motivo che in Giappone è consentito produrre solo bottiglie trasparenti.

4) Promuovere l’uso di contenitori a rendere in vetro o plastica infrangibile anche attraverso la partecipazione a progetti pilota territoriali realizzati in collaborazione con altri stakeholders. Per spingere la politica centrale ad occuparsene Aziende, enti locali e associazioni di categoria potrebbero dare vita a progetti territoriali sull'esempio degli stakeholders coinvolti nella sperimentazione avvenuta con il progetto Vetro Indietro al centro di disegno di legge depositato a fine 2009 e presentato al Senato nel febbraio 2010.


5) Utilizzare ove possibile materiale riciclato per realizzare il packaging al posto di materia vergine. In attesa che venga introdotta in Italia un sistema di reale incentivazione dei prodotti realizzati con materiali riciclati e a “filiera breve” (raccolta-riciclo-riprodotto) soggetti territoriali come aziende produttrici e del retail, associazioni di categoria e aziende di riciclo potrebbero collaborare alla creazione di progetti pilota sull'esempio del progetto Ri-prodotti in Toscana.


6) Adottare un sistema di marcatura/etichettatura degli imballaggi che possa comunicare in modo chiaro e trasparente al consumatore il grado di riciclabilità dell’imballaggio stesso. Sulla base di questo grado di riciclabilità potrebbe essere fissato il livello di contributo ambientale che tale imballaggio deve pagare al sistema di raccolta. Per la plastica verrà lanciato a livello europeo un sistema chiamato Recyclass™ che verrà presentato a il prossimo maggio 2014 a Interpack .


7) Nei punti vendita della GDO: introdurre nel proprio assortimento prodotti a basso impatto ambientale comunicandone nei punti vendita il valore aggiunto per orientare il mercato in senso ecologico, così come previsto dalla Politica Integrata di Prodotto (IPP). La GDO ha il potenziale necessario per necessario incoraggiare i produttori a realizzare prodotti più ecologici e i consumatori ad acquistare tali prodotti.


8) Nei punti vendita della GDO: utilizzare imballaggi secondari e terziari riutilizzabili, eliminare l'overpackaging e gli imballaggi non (o difficilmente) riciclabili nel confezionamento in loco dei prodotti. Come ad esempio i materiali etero-composti: buste in carta con finestre in plastica trasparente, buste in poliaccoppiato (carta+ plastica).
Soluzioni meno impattanti adottabili: per alcuni prodotti alimentari confezionati in loco (ad es i formaggi) è possibile ridurre l'imballaggio alla sola pellicola eliminando i vassoi in polistirolo. Sono attualmente presenti sul mercato servizi a disposizione della GDO che permettono di utilizzare pallet, cassette e contenitori vari riutilizzabili al posto delle soluzioni monouso.


9) Nei punti vendita della GDO: favorire un cambio di abitudini che spinga i cittadini consumatori al riutilizzo di contenitori portati da casa. Rispetto all'industria di marca la GDO ha maggiori possibilità di influenzare e spostare abitudini di consumo dei consumatori per le possibilità di contatto continuativo e di relazione che avvengono attraverso i punti vendita e altri canali di comunicazione attivi con la clientela. Il settore di maggiore interesse ai fini di una riduzione dei rifiuti e una fidelizzazione del cliente è quello della detergenza per la casa e cura della persona a condizione che l'offerta sia ampia come referenze e che lo spazio sia attraente come design e ben comunicato. E' stato rilevato da negozi specializzati in prodotti sfusi che, quanto più ampio è l'assortimento a disposizione dei clienti, tanto maggiore diventa lo smercio con questa modalità. Nel settore ortofrutta si può ridurre il consumo di sacchetti monouso mettendo a disposizione dei clienti una soluzione riutilizzabile come i retini in cotone o poliestere proposti dalla campagna Porta la Sporta con l'iniziativa Mettila in rete o sviluppare altre soluzioni riutilizzabili.


10) Nei punti vendita della GDO: inserire e valorizzare nell'assortimento prodotti adatti all'uso multiplo provvisti di ricambi o parti intercambiabili (in quanto unica strategia possibile ed efficace per ridurre il consumo usa e getta). Partendo da oggetti usati quotidianamente come lo spazzolino da denti chiunque può notare quanto l'offerta di spazzolini da denti con testine intercambiabili (non quelli elettrici) sia quasi inesistente o poco visibile. Eppure la private label delle insegne GDO avrebbe la possibilità di approvvigionarsi direttamente in Italia di un modello di spazzolino con testine intercambiabili che, a richiesta, potrebbe venire realizzato con plastica post consumo proveniente dalle raccolte differenziate.

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